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Giornata Mondiale del Migrante-Il Direttore Generale dell'OIM: "Prepariamoci per gestire le migrazioni nel migliore dei modi"

Ginevra  18 dicembre 2016 — Ogni settimana ricevo sulla mia scrivania un tragico rapporto. È il rapporto che mi aggiorna sul numero dei migranti morti nel mondo. Morti a causa dei naufragi in mare – costretti dai trafficanti a viaggiare su barconi stracolmi –,  morti durante la traversata del deserto, o ancora peggio, assassinati  – come succede in Libia – dopo essere stati presi in ostaggio da rapitori che decidono di ucciderli e seppellirli in fosse comuni dopo aver preso tutto quello che possedevano da loro e dalle loro famiglie.

A volte muoiono lontano dai propri cari; a volte sono insieme allo loro famiglie. Sono 65 anni che l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni  raccoglie storie e testimonianze di migranti e sappiamo che, nonostante l'altissimo numero di coloro che perdono la vita nel corso del viaggio, sono molte le persone che avrebbero potuto salvarsi se solo avessero avuto più consapevolezza dei rischi delle traversate e avessero potuto avere la possibilità di esplorare nuove opportunità nel proprio paese.

Ci sono milioni di uomini, donne e bambini spinti a migrare in fuga da povertà estrema, dai cambiamenti climatici, da economie corrotte che provocano enormi diseguaglianze di reddito e livelli altissimi di disoccupazione giovanile. Inoltre, nel mondo in questo momento ci sono ben otto guerre e conflitti che provocano enormi spostamenti di popolazioni, sia all’interno sia all’esterno dei confini dei territori interessati.
Ad oggi l’OIM, l’Agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni, stima che, a livello globale, una persona su sette sia un migrante. Si tratta di persone che vivono, lavorano e spesso hanno creato una famiglia al di fuori del proprio paese di abituale residenza.
E mentre moltissimi stiano solo tentando di ricostruirsi una vita, sono ancora troppe le persone che continuano a morire.

Il rapporto che ricevo due volte alla settimana è redatto dal Missing Migrants Project dell’OIM, un programma che tenta di identificare i migranti deceduti o i dispersi, grazie al supporto del nostro staff sul campo, presente nei 165 stati dove operiamo. Nel 2016, per la terza volta consecutiva, i migranti dispersi sono risultati essere oltre 5000.  

Pensateci: ogni giorno, negli ultimi tre anni, almeno dieci migranti hanno perso la vita e, in media, un uomo, una donna o un bambino ogni due ore. Questa ad esempio è il numero dei decessi quotidiani che riguardano il tratto del mar Mediterraneo che collega la Libia all’Italia, la rotta migratoria più pericolosa del mondo.

Altre centinaia di persone hanno perso la vita attraversando il Nord Africa, o in viaggio dall’Africa Orientale verso il Medioriente. Mentre in America latina e lungo la rotta che va dai Caraibi agli Stati Uniti, le vittime sono state circa seicento.Nele 2016, sono 6,226 persone che hanno perso la vita cercando di migrare.  E queste sono solo le vittime di cui riusciamo a venire a conoscenza.

Non possiamo rimanere impassibili di fronte a questi numeri e alla reazione del mondo, che di fatto sta voltando le spalle a questa terribile tragedia. Tutto ciò che sta accadendo oggi è accaduto anche in passato: le stesse tragiche storie sono state vissute anche dai nostri genitori e nonni decine di anni fa. 

Non è più il momento di avere sensi di colpa, né di provare terrore o tristezza. Dobbiamo riconoscere la migrazione come un tendenza inevitabile dei nostri tempi, un fenomeno su larga scala ed estremamente complesso, ormai al centro dell’attenzione pubblica e in cima all’agenda politica di ogni governo.
 
Le immagini di migranti che arrivano in massa, o dei salvataggi in mare che polarizzano drasticamente il nostro contesto politico, non rappresentano che una parte del fenomeno. L’aumento del numero di morti nel Sahara, nel Mediterraneo, nei Caraibi o in America Latina non è altro che un monito di quello che succederà: le pressioni di tipo demografico, politico e sociale - che spesso provocano conflitti - spingeranno un numero sempre crescente di individui a migrare.
 
Malgrado le apparenze e la rappresentazione spesso distorta di cui è oggetto, la migrazione non deve essere percepita per forza come una caotica invasione. Non si tratta di un male che contaminerà la nostra cultura. La campagna “TOGETHER”, lanciata lo scorso settembre al Summit per i Rifugiati e Migranti dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-Moon, si impegna proprio per la creazione di un mondo che accolga la diversità contrastando le percezioni e gli atteggiamenti negativi nei confronti dei rifugiati e dei migranti.
 
Gli scontri e le tensioni che vediamo in politica sono un campanello d’allarme che deve servire a prepararci, anziché a farci prendere dal panico. Dobbiamo impegnarci a costruire un futuro, non a ignorarlo. Il primo passo è accettare l’inevitabilità della migrazione, cambiando la percezione che si hai sui migranti e contribuendo alla loro integrazione all’interno della società.

Ci troviamo di fronte a una vera e propria rivoluzione demografica e sta a noi gestirla per il beneficio di tutti. Ciò che la maggior parte dei migranti desidera è semplicemente l’opportunità di migliorare la loro qualità di vita o quella delle loro famiglia nel paese d’origine. Un’opportunità che a volte potrebbe anche essere temporanea, come un visto studentesco di breve durata o un visto lavorativo nel settore agricolo.
Con il giusto sostegno, i migranti riusciranno a contribuire a qualsiasi tipo di società in cui si troveranno, sia economicamente sia culturalmente. Per far questo è importante stringere accordi tra i migranti, le comunità dei paesi di accoglienza e i governi. 
Il 18 dicembre,  Giornata Internazionale del Migrante, deve quindi essere un momento di riflessione: le opportunità esistono per tutti, dobbiamo solo avere il coraggio di condividerle. 
 
William Lacy Swing

Direttore Generale dell’ Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, l’Agenzia ONU per le Migrazioni.