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Gli abusi sui migranti in Libia sono una macchia per la coscienza dell’umanità

di William Lacy Swing, Direttore Generale dell’OIM

La Libia è inondata dalle lacrime delle decine di migliaia di migranti che si sono messi in viaggio alla ricerca di una vita migliore.

Già dal secolo scorso meta di persone che, provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa, cercavano lavoro in un settore petrolifero in rapida espansione, questo paese resta anche adesso, nonostante l’attuale situazione di insicurezza, una meta molto agognata.

A questo fenomeno si sono poi aggiunte le tendenze migratorie globali, caratterizzate da un aumento dei flussi di migranti che, in cerca di un impiego, si spostano da zone di povertà a paesi più sviluppati. Si tratta di flussi che interessano in modo particolare l‘Europa, un continente che avrà bisogno di milioni di nuovi lavoratori per fare fronte ai bisogni di una popolazione anziana sempre più in aumento. 

L’emergenza che vede la Libia trasformarsi, per i migranti, in un collo di bottiglia è il sintomo di questa domanda di lavoro, ma non la sua causa. Nonostante ciò, nell’insicurezza generale, l’annoso traffico di persone verso l’Europa si è sovralimentato e si è trasformato in una macchina di sfruttamento e profitto, che ha ripercussioni su migliaia di migranti e di cittadini libici. 

Che cosa si può realisticamente fare per impedire che ciò avvenga?

In Libia si stima che vi siano circa 700.000 migranti: decine di migliaia di loro sono vittime di terribili sofferenze causate da trafficanti senza scrupoli. Gli abusi su coloro che si trovano trattenuti contro la loro volontà in condizioni misere e disumane rappresentano una macchia sulla nostra coscienza.

Sono stato il primo direttore di un'Agenzia delle Nazioni Unite a recarmi nel paese da quando Muammar Gheddafi fu deposto nel 2011. Ho avuto la possibilità di incontrare alcuni dei circa 5.000 migranti trattenuti arbitrariamente nei centri di detenzione gestiti dal governo. Le storie strazianti di queste persone, dai racconti del loro viaggio verso la Libia alle descrizione della loro penosa e ingiusta detenzione, hanno lasciato un segno indelebile su di me.

Il loro calvario inizia prima di raggiungere la Libia: gli africani sub-sahariani viaggiano attraverso mille e più chilometri di deserto in pessime condizioni, su camion aperti e con pochissimo cibo e acqua. Innumerevoli testimoni hanno raccontato di aver visto amici abbandonati e lasciati a morire dopo essere caduti dai camion.

Una volta passato il confine e caduti nelle mani dei trafficanti, comincia per loro un nuovo incubo. C’è chi ha riferito di percosse e stupri sistematici, mentre altri hanno visto persone lasciate a morire di fame o uccise a colpi di pistola.

L’Agenzia di cui sono a capo si occupa di salvare le vite dei migranti. Nel corso di molteplici incontri ho chiesto a diverse autorità libiche di fare tutto ciò che è in loro potere per impedire che i migranti vengano raggruppati e confinati in centri di detenzione dove sono privati della libertà e della dignità. Ho anche richiesto ripetutamente che siano create alternative ai luoghi di detenzione e che sia fatta luce sulle responsabilità per gli abusi perpetrati contro le persone trattenute in questi centri.

Le relazioni con le autorità libiche sembrano dare risultati: sono lieto di riferire che sette dei più dei 30 centri di detenzione ufficiali per migranti presenti in Libia sono stati recentemente chiusi. 

Nonostante questo progresso, l’OIM richiede che tutti i centri di detenzione – ufficiali e non – siano chiusi e sostituiti da centri aperti, dove i diritti umani fondamentali dei migranti siano rispettati. Siamo pronti a fornire il necessario supporto alle autorità libiche per rendere questa prospettiva una realtà.

Ma che sia chiaro: lo sfruttamento di migranti non è una questione che riguarda solo la Libia.

Un eterno ottimismo è ciò che continua a spingere i migranti a intraprendere il viaggio – lo stesso ottimismo che rende i migranti, dovunque essi si rechino, un impulso fondamentale per la crescita economica dei paesi di destinazione. Ma per chi attraversa la Libia l’ottimismo troppo spesso si trasforma in una trappola mortale.  

Nonostante l’evidenza schiacciante che il viaggio possa essere intrapreso invano, i migranti partono lo stesso. Il cambiamento climatico, la povertà e le persecuzioni spingono molti a migrare, ma sono numerosi anche coloro che intraprendono il viaggio attirati da false promesse. I Social Media diffondono foto di migranti che all’apparenza vivono agiatamente in Europa, mentre “app” di messaggistica forniscono canali segreti attraverso i quali i trafficanti organizzano i viaggi. Questa pratica si sta sviluppando in modo allarmante.

I peggiori abusi sono perpetrati da chi cerca di ricavare un profitto dal business lucrativo del traffico di esseri umani. Queste persone non dimostrano alcuna pietà nel ridurre i migranti in schiavitù o nel torturarli a scopo di estorsione. 

Qualche mese fa l’OIM ha richiamato l’attenzione sull’episodio di alcuni trafficanti che hanno organizzato una diretta su Facebook per mostrare le immagini di circa 75 migranti trattenuti e torturati in una cella. Brevi video sono stati inviati attraverso piattaforme di messaggistica sui telefoni cellulari, al fine di tormentare le famiglie distanti migliaia di chilometri.

Sfortunatamente è difficile identificare queste organizzazioni criminali e agire su coloro che compiono questi atti. Per questo chiediamo ai “giganti” dei social media di impedire che le loro piattaforme diventino strumenti per lo sfruttamento di persone. 

Molti migranti detenuti vogliono solo tornare subito a casa e spesso solo l’OIM può aiutarli. Infatti, nell’arco di questo solo anno, l’OIM è riuscita a far ritornare a casa oltre 10.000 migranti bloccati in Libia: molti di loro avevano passato mesi, o anche anni, nei peggiori centri di detenzione. Dal 2015, abbiamo organizzato voli per in 30 paesi, per un totale di 13.530 uomini, donne e bambini.

La chiusura di tutti i centri non è ancora una realtà, quindi per salvare vite bisogna essere pragmatici: occorre fornire una via d’uscita dall’insostenibile incubo della detenzione, aiutando le persone a tornare a casa e allo stesso tempo proteggere coloro che sono ancora rinchiusi.

Oggi, in Libia, il coraggioso personale dell’OIM sta lavorando tra mille difficoltà per far sì che le condizioni dei migranti possano raggiungere standard minimi di sicurezza e igiene, e per far questo si occupano anche di installare appropriati  sistemi di servizi igienici e di depurazione dell’acqua, di riparare le pompe delle fognature e i cavi elettrici nonché di fornire sistemi di ventilazione e di riscaldamento dell’acqua.

Chi si trova in questo momento in detenzione ha poca scelta ed è soggetto a stress estremi, ma può comunque prendere decisioni consapevoli che possono salvargli la vita.

Al momento, l’assistenza ai ritorni umanitari volontari dell’OIM è una delle poche soluzioni umane praticabili per coloro che si trovano nell’incubo libico. Possono decidere di tornare a casa attraverso un processo libero e informato, con tutele istituzionali. E possono ritirare la richiesta in qualunque momento – come d’altronde a volte capita.

Stiamo lavorando per creare "case protette" come alternativa alla detenzione per le persone più vulnerabili, specialmente bambini e vittime di tratta. Vogliamo che quelle donne e bambini che sono rilasciati dalla detenzione siano temporaneamente collocati in specifiche case comuni per migranti e che migranti che presentano disturbi medici o mentali siano ricollocati negli ospedali per poter essere curati.

L’OIM sta lavorando per realizzare quelli che chiamiamo un “Migrant Response and Resource Mechanism”, uno strumento che dia la possibilità di fornire informazioni e di attivare un “sistema di segnalazione” che, attraverso la presenza di staff specializzato sul posto, sia in grado di assicurare controlli medici, un primo soccorso psicologico e un efficace sostegno ai migranti più vulnerabili. La Libia potrebbe tornare a essere il paese di destinazione dove gli abitanti del continente africano possano recarsi con la prospettiva di guadagnare un buon salario in condizioni lavorative decenti.  

Siamo stati criticati per il nostro lavoro nei centri di detenzione, ma sia chiaro: non un singolo migrante in più è stato detenuto come risultato del nostro lavoro, né il nostro lavoro ha causato un prolungamento della detenzione.

Al contrario, possiamo offrire un barlume di speranza a persone innocenti e vittime di violenze. Sono sicuro che senza la nostra presenza, che ci permette di testimoniare questa situazione e di lavorare per cercare di migliorarla, molti migranti morirebbero.

 

Questo articolo è stato pubblicato dalla CNN il 14 novembre 2017