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Migrazione e adattamento in Italia: perché dovrebbe interessarci?

 

Il cambiamento climatico è senza dubbio una delle questioni globali più pressanti che, insieme alle migrazioni, è in cima all'agenda della comunità internazionale. La mobilità delle persone può infatti essere influenzata dal clima, insieme a molti altri fattori politici, sociali, economici e demografici. Tuttavia, la costruzione del legame tra la mobilità delle persone e il cambiamento climatico ha enfatizzato eccessivamente la percezione della migrazione come conseguenza degli impatti negativi del cambiamento climatico, come i disastri ad insorgenza lenta (che si sviluppano gradualmente nel tempo, come l'innalzamento del livello del mare, la siccità, la desertificazione) e quelli ad insorgenza improvvisa (ad esempio, uragani, inondazioni). Da questo punto di vista, si ritiene che il cambiamento climatico possa potenzialmente generare una migrazione "di massa".

L’approccio problematico alla "migrazione climatica”

L'approccio che enfatizza eccessivamente il rischio di migrazioni “di massa” a causa degli impatti del cambiamento climatico è problematico per almeno tre motivi. In primo luogo, questo approccio semplifica eccessivamente i fattori e le dinamiche della migrazione, disconoscendo le questioni strutturali che influenzano la capacità delle persone di far fronte ai fattori di stress ambientale, e assumendo che le persone colpite dal cambiamento climatico cerchino di spostarsi o abbiano le risorse, le capacità e le opportunità per farlo. Tuttavia, una vasta gamma di evidenze empiriche indica la complessità della migrazione, mostrando le intricate intersezioni di fattori politici, sociali, demografici, economici e ambientali che influenzano la mobilità delle persone a livello micro, meso e macro[1]. 

In secondo luogo, questa percezione è stata ampiamente plasmata dall'approccio alla migrazione basato sulle "cause profonde", che ritrae la migrazione come una "minaccia" o un problema da risolvere, alimentando l'immagine di un potenziale aumento dei flussi dai paesi “sottosviluppati/poveri" del Sud del mondo verso i paesi "sviluppati/benestanti" del Nord del mondo. La fusione del cambiamento climatico e della migrazione in un’unica, singola sfida ha anche plasmato le politiche e le pratiche in questo campo, promuovendo un approccio focalizzato sulla riduzione del rischio di disastri, l'adattamento e la costruzione della resilienza nel Sud del mondo per ridurre la migrazione.

In terzo luogo, secondo questo approccio, le cause della migrazione e del cambiamento climatico sono spesso "esternalizzate", situate in geografie e società ritenute socialmente, culturalmente, politicamente ed economicamente "lontane" dalle società benestanti del Nord globale. Questa visione ostacola il riconoscimento delle interdipendenze che stanno sotto l'economia globale, i modelli globali di produzione e consumo e, quindi, il riconoscimento che sia il cambiamento climatico sia la migrazione riguardano tutti i paesi, indipendentemente dal loro livello di reddito o dalla loro classificazione geopolitica.

Inoltre, questo approccio ostacola il riconoscimento della migrazione come una forma di adattamento, come riconosciuto dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sull'adattamento di Cancun nel 2010. Questo è importante non solo per i paesi del Sud globale ma anche per il Nord globale.

Migrazione come adattamento in Italia: leaving no one behind

Nell'ultimo decennio, c'è stata una crescente attenzione agli impatti della migrazione sullo sviluppo sostenibile nei paesi europei, specialmente nei territori fragili, che sono anche esposti agli impatti del cambiamento climatico, come le aree montane. La Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici dell'Italia identifica le Alpi e gli Appennini come aree fragili dove si prevede che gli impatti dei cambiamenti climatici saranno particolarmente forti. Queste aree devono affrontare sfide ambientali come l'alta variabilità del clima, così come le vulnerabilità sociali, economiche e demografiche. Questi territori sono distanti dai principali centri di servizi e sono caratterizzati dall’invecchiamento della popolazione, spopolamento e declino economico, che la Strategia Nazionale sulle Aree Interne dell'Italia cerca di invertire. La strategia identifica anche la perdita di biodiversità, il degrado del territorio e il dissesto idrogeologico come costi sociali derivanti dallo spopolamento.

C'è una crescente evidenza che i migranti che vivono nelle aree fragili interne montane in Italia (per loro scelta o per il funzionamento del sistema di accoglienza) stanno contribuendo ad affrontare gli impatti dell'emigrazione, dell'invecchiamento della popolazione locale e del declino. La loro presenza in aree altrimenti spopolate ha contribuito a mantenere la fornitura di servizi di base locali, tra cui la scuola, i servizi sanitari e trasporti in tali territori. I migranti hanno inoltre contribuito alla rivitalizzazione delle economie locali e alla conservazione del patrimonio naturale e culturale di queste aree, stimolando la rigenerazione della forza lavoro locale. Queste dinamiche possono in definitiva contribuire ad attrarre nuovi residenti e a favorire lo sviluppo sostenibile locale. Tuttavia, i migranti devono spesso affrontare sfide per la loro inclusione e partecipazione che ostacolano il loro potenziale, comprese le difficoltà di accesso ai servizi, agli alloggi e alle opportunità di lavoro dignitoso.

Come riconosciuto dall'Accordo di Parigi, l'azione per il clima non può prescindere dai diritti umani, il che implica mantenere la promessa di non lasciare nessuno indietro, come stabilito dall'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. In quest'ottica, il benessere e l'inclusione dei migranti dovrebbero essere considerati intrinseci alle trasformazioni strutturali necessarie per affrontare il cambiamento climatico e raggiungere lo sviluppo sostenibile.

 

Paola Alvarez
IOM Project Development Officer for the Mediterranean

 

[1]Government Office for Science (2011). Migration and global environmental change: future challenges and opportunities.